C’è capitale e capitale

Ci vorrebbe un romanzo di Tom Wolfe per rappresentare con l’adeguato coefficiente di glamour e disillusione la battaglia americana intorno alla ricchezza e ai suoi derivati. Non è soltanto l’avita storia dei ricchi che opprimono i poveri e dei poveri che invidiano i ricchi, ma una vicenda di eccessi, magioni esclusive, fondi alle Cayman, proteste in piazza, fondi elettorali, superiorità antropologiche e facoltosi democratici agghindati da anarcoidi che imbracciano gli schioppi del populismo per stanare i loro compagni di casta, lato conservatore.
14 AGO 20
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Ci vorrebbe un romanzo di Tom Wolfe per rappresentare con l’adeguato coefficiente di glamour e disillusione la battaglia americana intorno alla ricchezza e ai suoi derivati. Non è soltanto l’avita storia dei ricchi che opprimono i poveri e dei poveri che invidiano i ricchi, ma una vicenda di eccessi, magioni esclusive, fondi alle Cayman, proteste in piazza, fondi elettorali, superiorità antropologiche e facoltosi democratici agghindati da anarcoidi che imbracciano gli schioppi del populismo per stanare i loro compagni di casta, lato conservatore. La faccenda, qui, non è nemmeno riducibile a una dialettica servo-padrone in età tecnoplutocratica: si tratta piuttosto di una distorsione bipartisan del rapporto con il capitale. Prendiamo Mitt Romney, ad esempio. Domenica ha partecipato a tre eventi di fundraising organizzati dai suoi contribuenti elettorali di riferimento, naturalmente agli Hamptons, gran rifugio della “old money” newyorchese sempre molto impegnata a specchiarsi nelle proprie abitudini. Il pranzo da 5 mila dollari a testa l’ha organizzato Ronald Perlman, magnate dei prodotti cosmetici Revlon, e della cena si è occupato il leggendario David Koch, finanziatore di ogni causa conservatrice.
Per accedere alla villa l’offerta minima era di 50 mila dollari. Uno dei lembi costieri più esclusivi d’America s’è ricoperto di Suv più del solito per salutare il tour di Romney in quello che appare come il suo luogo naturale. Anche agli occhi di diversi sodali conservatori, che da tempo lo punzecchiano sulla moralità delle vicende di Bain Capital, la banca d’affari che ha creato Romney as we know it. Un’ospite interrogata da un cronista del Los Angeles Times all’ingresso di un evento esclusivo ha detto che Romney deve fare di più per convincere l’elettorato a votarlo a novembre: “I miei figli che vanno al college, le baby sitter, le estetiste che fanno la manicure non capiscono quello che succede. Penso che chi guadagna poco non capisca come funziona il sistema”. Ecco il locus infiammato della vicenda a sfondo economico: i poveri non capiscono, dunque quando i ricchi si ritrovano agli Hamptons a dare tre milioni di dollari sull’unghia al candidato repubblicano gli insipienti meno abbienti vanno sulla spiaggia a protestare (e a farsi arrestare). Ci vorrebbe il senso del paradosso di Tom Wolfe per spiegare in forma narrativa che i poveri trovano gli argomenti della loro indignazione nelle pagine di Vanity Fair o in quelle del settimanale New York; oppure che gli uomini della campagna elettorale del presidente Obama dicono con un certo compiacimento che nel mese di giugno il democratico ha raccolto 71 milioni, contro i 106 di Romney. A questo punto non conviene ricordare che in totale il primo ha in tasca 255 milioni, il secondo 121. E che Wall Street ha ripreso seriamente a foraggiare Obama. Al presidente conviene promuovere l’estensione dei tagli fiscali dell’era Bush per chi guadagna meno di 250 mila dollari, come ha fatto ieri dall’east room, tanto per tornare su un tema sul quale si sente forte. Nel rapporto con la ricchezza qualcosa s’è rotto, sia a destra sia a sinistra, e Romney, per non saper né leggere né scrivere, incamera i tre milioni di dollari degli Hamptons e prende il volo per l’unica destinazione possibile: Aspen, Colorado.